Oggi ho per te due suggerimenti di lettura che ti faranno impiegare tutto il tempo che hai risparmiato non dovendo leggere le mie newsletter delle scorse settimane. Però sono due letture molto importanti e si ricollegano alle riflessioni sull’istruzione online che ho scritto l’ultima volta che ti ho scritto. Siccome le letture sono lunghe, io sarò breve. Ti consiglio di leggerle due volte. Una pensando al tema specifico di cui trattano, l’istruzione mediata o fornita da computer e algoritmi. La seconda astraendo e generalizzando, dato che gli algoritmi stanno diventando sempre più parte della nostra quotidianità. E come sai, mi interrogo sempre sugli scopi di chi li programma e sulle effettive competenze nel programmarli.

Una classe del futuro

Il primo testo è un keynote di Audrey Watters, una ricercatrice nel campo dell'istruzione, in cui riflette sull’uso dei computer nelle classi. Dati alla mano, l’educazione fornita da computer non sembra essere quella super iper mega ficata che era stata annunciata nel 2012, anno in cui i MOOC, i corsi online accessibili a chiunque avesse una connessione internet, sono saliti alla ribalta come il futuro dell’istruzione e hanno fatto scoprire al mondo un movimento che in realtà era già in atto da parecchio tempo: quello di affiancare al maestro fisico un tutor digitale. Non solo professor computer non pare fornire un’istruzione migliore agli studenti, nonostante in teoria possa fornire un percorso di studio tarato sulle capacità e i progressi dell’alunno. Ma addirittura impoverisce la formazione, badando solo a come si arriva al risultato e badando ad arrivarci solo seguendo un processo predefinito. Un processo diverso, ma che porta allo stesso risultato corretto, viene giudicato sbagliato. Gli studenti in pratica vengono messi nelle mani di un computer che anziché essere per loro uno strumento rivoluzionario e di liberazione, diventa un arcigno maestro che li inquadra e li addestra a diventare risolutori di test. Più a beneficio delle scuole che vengono giudicate in base a quanti studenti passano i test e con quale media che per il beneficio degli studenti stessi.

Il secondo testo, scritto facendo anche domande alla Watters, è un articolo di Will Oremus su Slate che fa il punto sull’istruzione algoritmica. Ovvero un corso tenuto da un computer che, a parità di programma complessivo, tara le singole lezioni e gli esercizi sulle capacità di apprendimento dimostrate da ciascuno studente. Parte descrivendola in toni entusiastici, ma rivela ben presto che sono i toni utilizzati da chi produce e vende i programmi di educazione. Passa poi ad analizzarne efficacia e risultati e il quadro che emerge è molto, ma molto meno roseo e molto vicino a quanto descritto nel keynote della Watters.

Tra parentesi, la descrizione dell’aula con i bambini schierati davanti ai monitor, simile sicuramente a quella rappresentata nella foto che vedi qui in alto presa dalle slide del keynote, mi ha ricordato il mio viaggio a Berlino nel 2004. Vagando per le strade di sera io e i miei amici incappammo in un locale chiamato Automaton. Uno stanzone privo di qualsiasi decorazione, con un bancone che correva lungo tre delle quattro pareti e sgabelli a intervalli regolari. Attaccato alla parete davanti a ogni sgabello c’era un monitor con delle cuffie, una gettoniera e una pulsantiera. Gli avventori passavano il tempo a versare monete da un euro nella gettoniera per selezionare con la pulsantiera un qualche video musicale – i generi prevalenti erano punk, post-industrial, elettronico e metal - da vedere sul video e ascoltare con le cuffie. Il tutto in perfetto isolamento e in un silenzio quasi irreale e completo, interrotto solo dal cigolio degli sgabelli su cui si molleggiavano gli avventori per seguire il ritmo o dallo stridio delle loro zampe quando chi vi era seduto sopra si spingeva indietro per alzarsi e andare a farsi cambiare qualche banconota al piccolo banco dietro cui si trovava una ragazza, unico personale del locale, o per prendere una birra al distributore automatico in un angolo. Inutile dire che non era un posto particolarmente allegro. Anzi, te lo dico chiaramente: era proprio triste e falliva nello scopo principale di un locale pubblico, accomunare le persone. Ma i pochi posti erano tutti occupati, quindi soddisfaceva sicuramente un bisogno di almeno quel pugno di avventori.

Ecco, la foto usata dalla Watters in quella slide e la descrizione dell’aula per l’apprendimento algoritmico di Oremus mi hanno ricordato l’Automaton. Non è una bella immagine.

Rimanendo nel tema dell’istruzione, ma cambiando leggermente punto di vista, ti sarà sicuramente capitato di leggere della maestra americana che ha dato un voto negativo a uno studente perché in un compito ha risposto che 5 x 3 è uguale a 5+5+5, mentre la risposta corretta era 3+3+3+3+3. Non può esserti sfuggito: era su tutte le bacheche di Facebook e nel colonnino di destra, detto anche il colonnino dell’ignominia, di Repubblica e Corriere e immagino altri quotidiani. Tutta Internet si è sollevata contro la maestra, colpevole A) di essere ignorante, perché per la proprietà commutativa 5 x 3 = 3 x 5 = 5 + 5 +5 = 3 + 3 + 3 +3 + 3 = 15 e soprattutto B) di tarpare le ali al bambino che ha trovato un altro modo altrettanto corretto di arrivare alla risposta. Questo articolo su Medium spiega che forse no, Internet, datti una calmata: forse ha ragione la maestra e la riposta del bambino è sbagliata. Il fatto che il risultato sia lo stesso non significa che fosse quella la risposta da dare.

E’ estremamente interessante anche dal punto di vista linguistico: noi 5 x 3 lo leggiamo cinque per tre, sottointeso volte. Quindi cinque ripetuto tre volte: 5 + 5 + 5. In inglese quella formula si legge letteralmente “cinque volte tre” (five times three), quindi 3 + 3 + 3 + 3 + 3. Come sai a me queste cose piacciono da morire, ma è giusto un inciso.

Tornando all’articolo, in effetti penso a quando io insegno scherma: spesso, un po’ perché ci arrivano, un po’ perché lo hanno visto in giro, gli allievi arrivano a capire un certo movimento, una certa contromossa molto prima che io gliela spieghi. Ma quando succede, io li freno: se non hanno ben chiaro cosa succede in reazione a cosa e per quale motivo, l’aver intuito che da A si arriva a C è controproducente se non capiscono bene come funziona B che sta nel mezzo e che poi si devono aspettare D. Quindi, una cosa per volta, un passaggio per volta: alla fine tutto sarà chiaro, ma vedendo ogni elemento al momento in cui va visto.

Cosa vogliono dire questi tre articoli presi tutti insieme, qual è la sintesi? Ancora non lo so, ma qualcosa che mi pare essere in comune è questo: una classe funziona meglio se a insegnare c’è un insegnante vero, che segue gli studenti sia come gruppo che individualmente. E se gli studenti non sono isolati ciascuno con il suo set di esercizi e attività determinate dall’algoritmo, ma si aiutano studiando insieme e spiegandosi le cose. Come avviene ora di fatto.

Ma l’istruzione come avviene ora ha dei limiti: la capacità dell’insegnante di fare il suo lavoro. Il numero di studenti in una classe, che se è troppo alto impedisce di dedicare al singolo studente il tempo e l’attenzione specifici di cui può aver bisogno. Il vincolo spaziale e temporale: se vuoi fruire dell’insegnamento (soprattutto dell’insegnamento di un insegnante bravo) devi essere “lì e in quel momento”. Il fatto che il sistema non è scalabile: un insegnante può tenere un numero massimo di lezioni nell’arco di una giornata.

Questi sono tutti punti di partenza, pilastri per iniziare a costruire una risposta alla domanda “qual è il futuro dell’istruzione”?

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Parlando di istruzione, ho tenuto l’incontro sulle smart city di cui ti avevo scritto. Tra un po’ i-Lab dovrebbe mettere online le slide. Appena saranno disponibili ti avvertirò. C’erano poche persone, ma buone. Sono molto soddisfatto di come è andata. Certo, mi riesce sempre più difficile parlare di algoritmi e Internet of Things senza dire che la reazione giusta è quella di Mr. Robot: l’insurrezione anarchica. Eppure, più passa il tempo…

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